Ciò che resta dei padri (e dei figli)
«In pochi anni tutto è mutato. Il punto di rottura è a metà degli anni 50, quando il generare comincia a venire percepito come un handicap. Freud? Ormai è archeologia antropologica»
C'era una volta il padre. Non poi così tanto tempo fa. Negli anni dell'ultima
guerra. C'era dunque allora un padre in Occidente, spiega nel suo studio veronese
il professor Vittorino Andreoli, «la cui speranza di vita media non superava
i 45 anni. I figli sedicenni guardavano allora quei padri quarantenni, e li
vedevano vecchi. Lo erano davvero, con appena cinque anni di vita davanti. E
anche fisicamente, non erano certo i quarantenni di oggi: avevano i capelli
grigi, e gli mancavano quattro o cinque denti. (Senza denti, si biascica. Ci
siamo dimenticati di questo segno della vecchiaia). E dunque l'adolescente percepiva
il padre come vecchio, coglieva sul suo volto la debolezza di chi era stato
forte, e ora passava di mano il testimone. Oggi, questo è assolutamente
impossibile. Quel padre quarantenne oggi ha almeno 37 anni di vita davanti,
stando alle statistiche. E fa sport, è in gran forma, nel pieno del vigore
- magari ha anche una nuova giovane compagna. Altro che vecchio: il figlio lo
percepisce quasi come un contendente. E non è certo solo questione di
apparenze. Quel padre che si sentiva prossimo alla fine, generosamente investiva
nei figli, si preparava a vivere attraverso di loro. Ma ora, perché mai?
Quell'uomo ancora pieno di vita non ha bisogno di discendenza per vivere - vuole
vivere lui, in prima persona. E i figli, a questo punto, gli appaiono quasi
un peso».
E' una mutazione antropologica quella descritta da Andreoli. E non tocca certo
solo i padri: ma le madri e i figli, e i fratelli, e i nonni. Come se la terra
ci si fosse mossa sotto i piedi, in questi anni, e noi stessimo ancora a pronunciare
credendoli inalterati nomi, la cui sostanza è profondamente cambiata.
«E' cambiata la percezione delle figure familiari» - dice il professore
- e per "percezione" intendo la sintesi delle nostre sensazioni interpretata
da quell'unità che è l'io. Il tema della nuova serie di articoli
che da martedì prossimo pubblicherò su Avvenire è proprio
un viaggio fra queste mutate percezioni. Voglio raccontare come sono vissuti
oggi, realmente, padri e madri e fratelli. Perché si parla tanto e giustamente
di crisi della famiglia; ma io vorrei fare un passo indietro, andare a vedere
gli elementi costitutivi di questo nucleo, e dire cosa sono diventati».
Ciò che resta del padre, verrebbe da dire. Ma tutto possiamo aspettarci
da Andreoli fuorché un malinconico moralismo. La realtà com'è,
piuttosto («Amo descrivere la realtà»). Ma non in una sorta
di "summa" sistematica. «Voglio raccontare come dentro un labirinto,
lasciando spazio anche ai sentimenti e ai ricordi. E a mio padre: voglio mettermici
dentro anch'io, in questo lavoro coi lettori. E magari ogni tanto deviare. Dal
padre al Padre Eterno. O a quando il prete lo si chiamava "padre".
Per subito tornare sulla mia strada. Io, non sono mica un teologo», sorride
ammiccante il professore.
Ce ne sarà per tutti. Non c'è figura familiare - e poi sociale,
perché, dice il professore, il mutamento si allarga, e tocca il padrone
e il servo, il ricco e il povero - che non risulti intaccata dalla metamorfosi.
La madre: colei che prima di tutto accoglieva. Che riceveva, anche nel senso
fisiologico del termine, e poi sviluppava, donando. «Già la percezione
dell'atto d'amore è cambiata - riflette Andreoli - non lo si pensa più,
nell'immaginario femminile, come a un "accogliere", ma a una sorta
di tenzone, a una faccenda complicata con una complicata regia. Non ne faccio
un discorso di giusto o sbagliato, dico solo: è cambiato. E anzi, prima
di tutto, e prima ancora che i padri e le madri, è cambiata la percezione
dei generi. Nessun uomo si vanta più tanto della propria virilità,
piuttosto si sottolineano gli aspetti femminili di sé; mentre le donne
tendono a assumere comportamenti maschili. Nei salotti si discute se i ruoli
naturali maschili e femminili esistano; sembra che la cultura abbia modificato
la percezione della natura. Il modello esteticamente dominante infatti non è
l'adulto, il pienamente uomo o pienamente donna, quanto l'adolescente, l'efebo,
l'ambiguo».
Ma questo silenzioso terremoto, quando, da cosa esattamente ha avuto inizio?
Ci sarà stata una prima scossa, una causa capace di spaccare le faglie
sotto i nostri piedi. «Il punto di rottura - risponde Andreoli - si ha
storicamente quando il generare comincia a venire percepito come un handicap.
La scissione fra la sessualità e il generare, alla metà degli
anni '50, è il punto che innesta la metamorfosi antropologica».
E ancora, nella galleria dei volti apparentemente immutabili e invece rapidamente
mutati, i nonni. «Come allontanati, trasparenti», dice il professore.
Espulsi anche fisicamente dalla dimora familiare: «Il nuovo appartamento
medio, mi spiegano gli amici urbanisti, è di 65 metri quadri. E il nonno
dove sta, domando io. Il nonno non è previsto, rispondono». Ma
spesso neanche un secondo figlio. «Comincia a essere frequente il caso
di figli unici, che parlano con il fratello che non hanno. Lo immaginano ad
occhi aperti. Il fratello, potrebbe diventare un elemento mitologico per le
nuove generazioni». Allora, se è tutto nuovo, cosa resta di Freud?
«In buona parte, Freud è ormai archeologia antropologica. Non si
trovano più, quei padri e quei figli che ci ha descritto».
Ciò che resta dei padri e delle madri, Andreoli lo racconterà
ad Avvenire da martedì. «Mi lasci dire perché su questo
giornale. Perché è un giornale cristiano, aperto a chi non ha
fatto esperienza di Dio, come me, ma cerca. Un angolo dove la città della
terra, che vuole vivere sulla terra, ma anche onestamente, vede affacciarsi
come non completamente "altra", e forse raggiungibile, la città
del cielo. Le due città non si toccano, ma nello sforzo di avvicinarsi
c'è una tensione, che non trovo altrove».
INTERVISTA
Lo psicologo Andreoli da martedì racconta su Avvenire le figure familiari
del 25/01/2004